Stranger! If you, passing, meet me, and desire to speak to me, why should you not speak to me?
And why should I not speak to you? (Walt Whitman 1819-1892 Leaves of Grass 1900)
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venerdì 1 novembre 2019
Se vi va potete andare a vedere la pagina di "musica contro le mafie" edizione 2019. Sono in molti a partecipare a questo concorso e ogni canzone selezionata è importante per il tema affrontato (e anche bella da ascoltare). In mezzo ci sono anche io con la mia "I viandanti " e se volete potete anche votarla. Non è così importante il voto però: quel che conta è che in tanti abbiamo aderito a questa iniziativa. https://pr.easypromosapp.com/voteme/840599/633258425?lc=ita
martedì 1 ottobre 2019
Qualche registrazione dal vivo durante le prove per i prossimi spettacoli.
Buon ascolto.
venerdì 30 agosto 2019
Victor Tsoi
Abbiamo iniziato il racconto di questo album fatto di presenze e assenze con la prima canzone che era la versione in italiano di un brano del 1976 dei Ramones, gruppo di New York - Stati Uniti - e finiamo invece in modo opposto ma similare con l'adattamento in italiano di un brano del 1982 di Victor Tsoi del gruppo Kino di San Pietroburgo (anzi Leningrado ai tempi in cui Victor Tsoi era in vita). Dagli Stati Uniti alla Russia passando per l'Italia. Ho conosciuto i Kino attraverso un altro gruppo russo : i Mumiy Troll, che qualche anno fa hanno inciso un paio di loro cover (tra cui appunto Vosmiklassnitsa) e che mi hanno fatto venire voglia di approfondire.
Victor Tsoi
Come con i Ramones anche con i Kino si è di fronte a qualcosa di estremamente vero, intorno a loro non hanno avuto niente di simile e la libertà che potevano avere i Ramones (a casa loro) sicuramente non era la stessa dei Kino (a casa loro) ma è altrettanto vero che per il rocker, se è davvero tale, va bene qualsiasi strumento purché possa suonare, ecco dunque che la chitarra acustica usata all'inizio da Victor Tsoi aveva la stessa energia della chitarra distorta di Johnny Ramone e chi l'ha ascoltata se n'è accorto. Sicuramente non sarà stato facile suonare in maniera "rock" quando non solo non era permesso ma anzi alla trasgressione si rispondeva con...la galera! Victor Tsoi e i suoi Kino ci sono comunque riusciti e la prematura morte a soli 28 anni lo ha consegnato all'eternità insieme alla sua musica. I brani dei Kino sono brevi, semplici, essenziali nella loro struttura compositiva e nella loro crudezza ti arrivano subito al cuore, come è giusto che sia, come il rock e la musica popolare sanno fare. Vi consiglio di andare alla ricerca prima di qualche notizia su Victor Tsoi magari partendo da qui : https://it.wikipedia.org/wiki/Viktor_Coj https://www.ondarock.it/rockedintorni/kino.htm https://www.eastjournal.net/archives/75719 e poi ovviamente ascoltatevi la loro musica.
i Kino
Senza età (Vosmiklassnitsa -Восьмиклассница) testo e musica di Viktor Tsoi (Виктор Цой) - adattamento in italiano di Silvano Staffolani
La strada è deserta loro due che
camminano
Se sanno dove andare non lo danno a
vedere
Lui che fuma mentre lei lei mangia
caramelle
E i lampioni fanno luce già da molto
ormai
Mmm / sono senza età / Mmm
Lei racconta della scuola e del voto in
geografia
Lui ha lo sguardo fisso a terra e non
dice una parola
Lei continua a raccontare che qualcuno
ha un occhio nero
è successo tutto solo solo a causa sua
Mmm / sono senza età / Mmm
Mmm / sono senza età / Mmm
Il rossetto è di sua madre il guardaroba
di sua sorella e le bambole e i giochi da buttare ormai
Lui continua a non parlare mentre prende
a calci i sassi si son fatte le dieci è già ora di rientrare
Mmm / sono senza età / Mmm
giovedì 29 agosto 2019
Non sempre le canzoni vanno spiegate, i testi possono anche parlare da soli e non richiedono l'aggiunta di nessuna parola, richiedono solo una melodia sopra cui poggiarli, è il caso del brano che segue.
QUANDO LORO SIAMO NOI
(testo e musica Silvano Staffolani)
C’è
chi ha bisogno di certezze
e scruta il mondo alla ricerca
impaziente di tracce
lasciate appositamente da chi la vita vuole attraversare
avendo
per ogni spazio vuoto
una firma da vergare
Fammi
raccontare a chi sa ancora ascoltare
e a chi continua a sostenere
che tutti
i morti sono uguali
lascia che gli dica che
sono i vivi ad essere
uguali
nonostante sia di parte nonostante sia distante
Non
è la morte che ci lega
è la vita che ci implora e spinge
come un cuore
pompa sangue
lo stesso versato
lo stesso che ha macchiato di vergogna
questa terra
Ci
sono loro e ci siamo noi
a volte loro siamo noi
per
questo occorre essere prudenti
nessuno è immune dalla follia che travolge i destini
E
i ricordi sono anticorpi
se li ricordi non sono morti
se
li ricordi indietro li riporti
ci sono loro e ci siamo noi
a volte loro
a volte loro siamo noi
mercoledì 28 agosto 2019
E' stato Massimo Bellucci (https://storiealtre.wordpress.com/) a farmi conoscere la storia del partigiano Giuseppe Grossi ucciso a Ripe (AN) la mattina del 9 giugno 1944. Sull'episodio ha scritto un bel racconto che mi ha inviato e da cui ho tratto alcune frasi e comunque l'ispirazione per il testo di quella che poi sarebbe diventata la canzone "Se fosse solo un nome".
Ci siamo ritrovati domenica 9 giugno 2019 proprio accanto a quella che fu la casa di Giuseppe Grossi, e quello che fu anche il luogo dove ha trovato la morte per mano di qualcuno che ben lo conosceva, o conosceva comunque la sua abitazione; in mezzo ad altre case tutte abitate, con i vicini che hanno potuto sentire quello che stava accadendo, che accadeva nella piazza del loro piccolo paese così come nel resto d'Italia, che quando hanno potuto sono intervenuti ma spesso sono rimasti al sicuro, nascosti, a guardare. A volte si tenta di dimenticare, in special modo i ricordi che fanno male, ma bisogna al contrario riportare alla luce nomi ed eventi che hanno segnato il nostro recente passato, prima che la storia diventi mito, prima che la storia venga raccontata in altro modo, prima che la storia divenga racconto di fantasia. Poggiare i nostri piedi sugli stessi sampietrini dove altri hanno camminato, ripercorrere i loro passi e guardare il paesaggio che altri occhi hanno già visto...con la dovuta attenzione si potrà udire l'eco di tante parole rimbalzare da un muro all'altro mentre ci si incammina per le strette vie del paese. Ci sono sempre finestre socchiuse che mai nessuno avrà la voglia di spalancare e dietro qualcuno pronto ad origliare; nel testo della canzone in ascolto c'è un bambino, la mamma gli impone di allontanarsi dalla finestra perché ha intuito che fuori sta succedendo qualcosa di brutto e lui sente e si fa testimone finché anni dopo racconterà a qualcun altro quel che ha sentito: la storia di un nome, che non può essere solamente un nome.
"Bisogna tornare alla mattina del 9 giugno 1944. Una camionetta di militi della Guardia Nazionale Repubblicana proveniente da Jesi arriva dal viale Umberto I, giunge in piazza Leopardi, i fascisti circondano la casa di Giuseppe Grossi, antifascista e partigiano. Lo chiamano a gran voce, i familiari sono terrorizzati, Giuseppe Grossi tenta una fuga dal lucernaio del tetto.
La sua casa è a ridosso del palazzo comunale, a fianco delle scale del palazzo comunale che salgono fino a sopra il livello del tetto della casa stessa. Proprio su queste scale lo stava aspettando un uomo che, vedendolo uscire, gli spara uccidendolo sul colpo. La meticolosa conoscenza del territorio e della sua casa è dovuta ad una sicura partecipazione di persone del posto. Giuseppe Grossi, falegname, appartenente ad una famiglia di onesti lavoratori, piuttosto discreta e riservata: secondo le testimonianze raccolte egli nei mesi precedenti ha combattuto lunghi mesi ad Arcevia, riesce tuttavia a sfuggire alle stragi di maggio, rientra a Ripe dove riprende la sua attività lavorativa. Poi l’aggressione; i familiari si mettono in fuga in qualche modo. Qualcuno raccoglie il corpo di Grossi che giace esanime sul tetto della sua casa e lo depone in una bara. Questo evento desta molto scalpore in quei giorni, ma viene subito dimenticato, un oblio che dura sino ai nostri giorni. Niente di ufficiale su questa figura è stato scritto o detto, per decenni.
Recentemente una pubblicazione a cura di Marco Severini intitolata “La Resistenza in una periferia” ha gettato una luce sulla storia della resistenza in questo specifico territorio comunale; precedentemente furono pubblicate ricerche del prof. Santoni e del sig. Lavatori con alcuni cenni alla vicenda. Ma fa riflettere che nei 71 anni intercorsi dalla Liberazione a oggi, non vi sia stata nessuna commemorazione, nessuna epigrafe, nessuna iniziativa volta a ricordare un uomo che ha sacrificato la propria vita per la libertà e la democrazia del nostro paese. Non è stato mai neanche officiato alcun rito funebre. In quei giorni concitati il corpo è stato raccolto e sepolto subito al cimitero, ma neanche successivamente è stata fatta alcuna cerimonia o commemorazione religiosa o civile come in altre circostanze analoghe invece è accaduto. Pensiamo che sia doveroso recuperare la memoria di questa figura tanto importante quanto dimenticata, in modo semplice, possibilmente senza retorica, come è nello stile della sua famiglia che ha custodito silenziosamente per anni questo dolore." daAssociazione Generazioni Storie Orizzonti
SE FOSSE SOLO UN NOME
(testo e musica Silvano Staffolani – dedicato a Giuseppe
Grossi ucciso a Ripe la mattina del 9 giugno 1944)
Non dirlo non dirlo
ti prego non dirlo perché
ricordare quando fa ancora male.
Già lo sai come è
fatto il paese da
dietro le persiane
c’è chi sta ad ascoltare.
Se fosse solo un nome
nonstaremmo qui a parlarne
Ma se fosse proprio il nome che conviene dimenticare
In giornate come
questa se chiudo gli occhi a
volte riesco ancora a
vederli e
quando c’è il giusto
silenzio mi sembra anche di
sentirli lì a parlare
e lo
fanno sottovoce e non
capisco ma
poi riecheggia il suo
nome non
ci si può non ci si
può sbagliare lo
son venuti a cercare
Tutte le colpe dei
miei pochi anni cosa
vuoi che siano se le confronti con le
brutte cose che le persone
son capaci di fare
Ho avuto la paura di
sapere e la
stessa ancora mi assale se
penso che possono
ritornare ma la
rabbia è più forte
non la puoi fermare ma la
rabbia è più forte
non la puoi fermare
Non dirlo non dirlo
ti prego non dirlo perché
ricordare quando fa ancora male.
Già lo sai come è
fatto il paese da
dietro le
persiane c’è chi sta ad ascoltare.
Se fosse solo un nome
nonstaremmo qui a parlarne
Ma se fosse proprio il nome che conviene dimenticare
domenica 25 agosto 2019
la copertina del libro
Scritto nel 1879 da Luigi Mariani, "lo scoglio del paradiso - scene del brigantaggio - 1799" narra le vicende socio / politiche di fine settecento intrecciando splendidamente particolari storici legati al territorio di Pioraco e Camerino (nella provincia di Macerata) e descrizioni del paesaggio che fa da scenario alla vicenda e che con questa si intreccia così tanto da diventare anch'esso protagonista. L'invasione francese al grido di "viva la repubblica" e l'insorgenza controrivoluzionaria al grido di "viva Maria" sono il motivo scatenante per una guerra civile che travolge tutto e tutti e in mezzo ci finiscono anche i due giovani protagonisti principali : Bianca e Federico.
Poco più che ventenni i due sono destinati l'uno all'altra ma il loro amore non basta a preservarli e proteggerli dagli eventi, anche perché Bianca è oggetto del desiderio di un prete, uomo di chiesa e capo di una squadra di briganti, che a lei proprio non vuole rinunciare. Quando gli esseri umani odiano altri esseri umani non possono che desiderare la morte intorno ad essi e ne fanno la loro ragione di vita...vivere per portare morte, sembra un controsenso e invece...
Luigi Mariani (autore del libro)
La storia è molto avvincente e il semplice descrittivo stile di scrittura così comune in tanti romanzi dell'ottocento, rende molto piacevole la lettura. Ci si trova in mezzo alla storia che continua a ripetersi uguale a sé stessa fino ai giorni nostri, non solo quella dei poveri esseri umani ma anche quella della terra sempre martoriata dai fenomeni naturali : c'è un resoconto dettagliato del terremoto che ha sconvolto la zona di Camerino (28 luglio 1799) e che, purtroppo, continuerà a ripresentarsi anche a distanza di anni. Le tragedie non hanno memoria e sono condannate a ripetersi sembra dirci l'autore. La natura non conosce pietà mentre l'uomo dovrebbe farne una delle sue caratteristiche principali, l'esperienza di vita dovrebbe farsi maestra e far comprendere meglio come si possa essere legati uno all'altro, magari a capire questo le forme artistiche possono essere d'aiuto e in questo caso la lettura di questo libro qualche riflessione in proposito non può che farcela fare.
lo scoglio del Paradiso a Pioraco
"Lo scoglio del paradiso" citato nel titolo è una falesia nel paese di Pioraco conosciuta anche dagli amanti delle scalate; molti altri punti di Pioraco sono descritti e può essere una bella idea quella di farne un piccolo percorso "turistico" da seguire dopo avere letto il libro, poco è cambiato su queste pareti rocciose, sugli anfratti creati dal fiume Potenza e lo scorrere dell'acqua con i suoi rumori nei salti e gorghi presenti oggi come allora, chissà se le ombre che si intravedono nel paese non ancora quelle di Bianca e Federico, chissà se loro due sono esistiti veramente in quel 1799? In realtà questa di domanda non viene neanche in mente al lettore, più che altro viene voglia di mettersi sulle loro tracce...e per cominciare bisogna andare a Pioraco ...
"Tra Camerino e Matelica, piccole città dell'Appennino marchigiano, e pressoché a mezzo la distanza che le divide, scorre il fiume Potenza il quale..."
come
sempre delresto quando lì con lei
c’è Federico
Bocca piccola e di corallo
ciglia lunghe e vellutate
solleva di poco il suo sguardo che vada
ad
abbracciare il suo grande amore
Via i
Francesi, il Papa e i briganti e il mondo intero scompare
loro son
sordi, insensibili a tutto quello che non parla della loro passione
e se hai vent’anni il mondo
t’appartiene non puoi aver paura
e se hai vent’anni il mondo
t’appartiene non puoi aver paura
ma se hai vent’anni e occhi
innamorati tutto ti fa paura
A Pioraco la gente è per strada
Federico vede dalla finestra
Il mondo sta per cambiare come
un fiume in piena che tutto travolge
“Bianca sarai al sicuro ma da
qui te ne devi andare
Sarà per questa notte insieme a
tuo padre da me ti porterà”
Ma qualcun altro a lei sta
pensando brucia ancora il suo rifiuto
Il buio nasconde il buio
protegge “e tu bella ragazza non dici nulla?”
Perché stai tremando a cosa
stai pensando quel che vogliamo vogliamo”
“Se non puoi esser mia tu non
sarai d’alcun altro “
Uno sparo e un urlo di dolore a
scuotere la valle
Sei condannato a vivere
Federico affronta ogni pericolo
senza il timore di poter
perdere la tua vita perché
la vita tu l’hai chiusa in un
medaglione che porti
vicino al cuore con dentro una treccia di capelli
e la scritta Bianca 29 luglio 1799
sabato 24 agosto 2019
La ballata del carcere di Reading (the Ballad of Reading Gaol) fu pubblicata in origine sotto lo pseudonimo C.3.3. (identificativo del detenuto all'interno della prigione : braccio C della prigione, piano 3°, cella numero 3) ma ben presto la paternità venne riconosciuta e celebrata all'autore con il suo vero nome Oscar Wilde. Il componimento poetico è un lungo resoconto dell'esperienza vissuta dallo scrittore a seguito della condanna a due anni di lavori forzati da scontarsi dentro l'omonimo carcere. Wilde ci resterà dal novembre 1895 fino al maggio 1897 quando potrà uscirne anche se ormai con il fisico pesantemente compromesso, morirà infatti appena tre anni dopo a soli 46 anni. Attraverso le parole avrà forse tentato di alleggerirsi l'anima da quanto visto / vissuto e cercato dunque di dare un senso al tutto, certo l'intento era anche quello di sensibilizzare i lettori affinché potessero migliorare le condizioni dei carcerati. Wilde non si erge a giudice, non condanna, al più grande crimine si risponde con il più grande perdono, lo stesso che forse anche lui ha cercato, invano.
da "la ballata del carcere di Reading" di Oscar Wilde (musica Silvano Staffolani)
Io non so dire se la Legge è giusta o se la Legge è ingiusta.
So soltanto che noi languiamo abbandonati in carcere circondati da mura troppo alte, dove ogni giorno è lungo come un anno: un anno fatto di giorni lunghissimi.
E questo posso dire: che ogni Legge creata dall’uomo per l’uomo, dal tempo che il primo Uomo assassinò suo fratello ed ebbe inizio la pazzia del mondo, rende paglia il frumento e tiene in vita gli sterpi: allora si ingrandisce il male.
Ed anche questo so (vorrei che ognuno lo sapesse): ogni carcere è costruito dall’uomo con mattoni di vergogna e chiuso dalle sbarre, perché Cristo non veda come gli uomini riescono a mutilare anche i propri fratelli.
Con queste sbarre macchiano la luna ed accecano il sole. Forse è giusto che tengano nascosto il loro inferno: dentro avvengono cose che nessuno, non il figlio di Dio e non il Figlio dell’Uomo, avrebbe forza di guardare.
È mezzanotte nel cuore di un uomo, è il crepuscolo nella cella di un altro: ognuno nel suo inferno solitario gira un uncino o lacera una corda. Il silenzio lontano è più solenne del suono di una campana di rame.
Mai una voce umana s’avvicina per dire una parola di conforto. Lo sguardo che ci scruta dalla porta non ha pietà, impassibile. Da tutti dimenticati, siamo qui a marcire, sfigurati nel corpo e nello spirito.
Eppure ogni uomo uccide ciò che ama. Io vorrei che ciascuno m’ascoltasse: alcuni uccidono adulando, ad altri basta solo uno sguardo d’amarezza. Il vile uccide con un bacio e l’uomo coraggioso con la spada!