martedì 12 gennaio 2016

LA PASQUELLA
“nei giorni che precedono l’Epifania, comitive di gente allegra e...scroccona, si sparpagliano
per le campagne, e, al suono di ben noti strumenti musicali, vanno cantando qualcuna delle
solite Pasquelle sulle vie, o davanti la casa dei contadini, ai quali, col pretesto di augurare loro
e alle loro figliuole, il buon anno, chiedono, quasi sempre ottenendoli, regali mangerecci
(trasportati poi, appesi ad una pertica, poggiata sulle spalle di due compagni) che saranno
consumati allegramente nel tradizionale crepaccione o satollaggio” – da “Ethnos” tradizioni
popolari italiane – Giovanni Crocioni – la gente marchigiana nelle sue tradizioni – edizioni
orticelli srl – milano 1951


Le Marche, una strana regione in cui le tradizioni fanno la voce grossa, scalciano, spingono e si alzano sulla punta dei piedi pur di non rimanere indietro ed essere abbandonate - non viste e non considerate - a favore della modernità, che con tutti i suoi mezzi è la super favorita ad aggiudicarsi ogni spazio disponibile della nostra quotidianità.
I canti di questua appartengono alla categoria di quelle usanze antiche la cui memoria non appartiene di certo ad una sola generazione, indietro nel tempo qualcuno ha iniziato ad andare casa per casa cantando ed omaggiando con versi bene auguranti chi ascoltava in cambia di ricompense più o meno “cospicue”; dove è iniziato o quando neanche interessa più di tanto saperlo: il nostro tempo tra i tanti doni dal passato ha ricevuto anche questo e la cosa migliore è goderselo partecipandovi attivamente.
E’ giunto l’anno nuovo e il primo canto che va a “segnare il calendario” è quello della pasquella; sono diversi i paesi dove i suonatori e cantori si ritrovano alla data prestabilita, ci si raggruppa nella pubblica piazza dove vengono assegnate zone o vie da percorrere ed ogni gruppo dove aver avuto le indicazioni su dove andare inizia il percorso. Di casa in casa si chiede l’autorizzazione prima di iniziare e poi si intona la canzone che immancabilmente finisce con un saltarello, giusto per movimentare e rallegrare ancora di più l’uscio o il cortile dell’abitazione (ma anche il pianerottolo o l’ingresso o qualsiasi altra stanza interna), la “padrona” di casa spesso viene coinvolta nella danza e quasi mai si tira indietro.
Finita l’esibizione è usanza che vengano offerti cibi e bevande, per “risollevare” i musici dopo tanta fatica e prepararli a continuare il cammino, la “vergara” di casa offre i dolci da lei fatti decantandone la bontà mentre il “vergaro” semplicemente decanta vino a volontà...in genere il cammino di casa in casa prosegue sempre più traballante.
Se la Pasquella viene portata in un paese in cui c’è una qualche organizzazione che ha curato il tutto si è soliti offrire a tutti i partecipanti un pranzo collettivo, al ritorno dalla questua dunque i gruppi consegnano agli organizzatori il ricavato monetario che serve a coprire le spese e tutti insieme poi sono seduti in attesa del pranzo che immancabilmente si trasforma in una festa dove chiunque ha uno strumento suona e canta (non necessariamente la stessa canzone o melodia di chi siede al suo fianco, ovvio) e l’allegria contagiosa diventa segno distintivo in ogni volto mentre la bolgia cresce di portata in portata.
Ci sono luoghi da visitare ma ancora più importante è chi sono ancora momenti fuori dal tempo dove abitare, almeno per un po’, la Pasquella nelle Marche è uno di questi; peccato per chi non c’era.   
- nella foto (di Silvano Pierini) : la Pasquella a Monsano -


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